Follow Orobie: Terza tappa – Piani di Artavaggio

#FollowOrobie – il viaggio.

Un luogo adatto a tutti, ma soprattutto un posto perfetto tanto per l’escursionista quanto per gli amanti delle fughe in mountain-bike: questo per me sono i Piani di Artavaggio. Percorsi in lungo e in largo in ogni stagione possibile, rappresentano per me uno dei luoghi più rilassanti in assoluto. L’uscita più bella mai fatta, ad oggi, resta una notte trascorsa lì qualche estate fa.

Tutto inizia durante un’afosa e torrida giornata estiva, di quelle con temperature notturne che tormentano il sonno senza tregua. Quasi al tramonto decisi che ne avevo abbastanza di boccheggiare e caricai la bici e lo zaino in auto, direzione San Giovanni Bianco. Da lì la strada che attraversa gli orridi della val Taleggio è già di per sé un rifugio dalla calura: qui infatti scorre il torrente Enna, le pareti rocciose della gola salgono ripidissime verso l’alto e la flora è quella che normalmente si potrebbe osservare ad un’altitudine maggiore.

Pedalo così i primi chilometri a ritmo agile e non accendo ancora le luci, godendomi tutti i giochi d’ombra possibili fino a Sottochiesa, dove svolto per Pizzino e successivamente imbocco la strada che porta verso Fraggio e Quindicina. Le pendenze dopo Pizzino (quasi sempre a doppia cifra) iniziano a mordere i polpacci, il cuore fa un gran lavoro, ma l’aria è già nettamente più fresca e mi godo questi attimi di sempre crescente calma interiore. Al bivio per i Piani si svolta a sinistra, imboccando la strada sterrata che mi porterà poi alla conclusione della prima parte di questa fuga solitaria attraverso la notte. Tutto attorno le ultime luci del giorno creano un dipinto a tinte arancio/viola e blu, il sole è già calato da un pezzo. Le ultime lingue d’asfalto, che a volte si alternano alla ghiaia, aiutano ad affrontare qualche piccolo tratto verso l’alto, ma superata la sbarra (che indica l’inizio del tratto di silvo-pastorale vero e proprio) ci si trova immersi nel bosco, carico di profumi tipici della stagione. Qualche rampa sdrucciolevole, poi si riprende fiato, si passa accanto alle prime baite diroccate (qui ce ne sono parecchie) e poi sempre più su, passando tra alte cataste di legna a bordo strada. Da questo punto il fondo è sempre più carico di sassi veri e propri, talvolta bisogna cercare la traiettoria migliore per non mettere il piede a terra, ma anche questo fa parte del gioco.

I pascoli qui dominano il paesaggio: ampie distese verdi, prati nei quali talvolta s’incontrano animali tranquilli che brucano erba ed osservano i viandanti affannati che sbuffano sopra le proprie biciclette: chissà come siamo buffi ai loro occhi!

Ancora tornanti, altre baite abbandonate, ma ormai è fatta: superata la stalla con un piccolissimo laghetto (qui si producono formaggi e talvolta ho incrociato, salutando, lo sguardo degli allevatori impegnati a mungere) c’è un’ultima rampa di ghiaia e cemento, poi si giunge allo scollinamento nei pressi dell’albergo abbandonato, lo “Sciatori”.

La mia tappa solitamente qui si alterna fra le due strutture aperte presenti: il “Sassi Castelli”, che io chiamo “lecchesi”, e il “Casari”, gestito da alcuni amici che hanno deciso, anni addietro, di reinventarsi da zero con il proprio padre. Questa volta però ho deciso che un thè caldo me lo sorbirò volentieri più in alto, al rifugio “Nicola”, per non perdere il ritmo acquisito e per sostituire divisa e calzature. Perchè?

Perchè poco oltre il rifugio lascerò la bici per imboccare il sentiero che porta in vetta al monte Sodadura; è da là sopra che voglio salutare questa notte tanto bella e colma di profumi, suoni e stelle. Giunto lì mi adagio finalmente a terra, accanto al monumento dedicato alla Madonna con Bambino ove qualche anno fa hanno aggiunto anche una placchetta con foto in memoria di un mio caro conoscente, scomparso in un incidente stradale. Chiudo gli occhi un istante, la mente è davvero leggera e i pochissimi pensieri che non mi sono cascati di dosso durante la lunga ascesa mi tengono compagnia, ma l’uscita è solo a metà e tocca ripartire. Torno così a recuperare la bici, rimetto gli scarpini, riaccendo le luci (aggiungendone una sul manubrio) e riprendo a pedalare lungo il sentiero che passa sul lato settentrionale del Sodadura per poi portarmi verso la Bocchetta di Regadur e ancora più giù, verso il rifugio “Gherardi”.

Il silenzio attorno qui è assoluto, i prati acquisiscono una profondità ed una vastità senza più confini. Mi sento infinitamente piccolo ma mai solo: a circondarmi sono le montagne che più amo, le vette di casa, nulla qui mi può far sentire “perso”.

Una volta conclusa la discesa sterrata e tortuosa fino al rifugio “Battisti”, mi godo il breve tratto pianeggiante, in riva ad un laghetto, che porta alla mia prossima tappa: è notte fonda, ho nello zaino tutto l’occorrente per un altro breve ristoro, ma… vedo una luce accesa all’interno e ci provo, entro al “Gherardi” per vedere chi c’è ancora in piedi.

Sorpresa! E’ il cuoco, che sta ultimando l’arrosto per il giorno dopo. Scambiamo due battute, faccio per salutare visto l’orario ma lui mi chiede se non voglio qualcosa di caldo. Come rifiutare?

Accetto la proposta, mi prendo un altro thè caldo e ringrazio. Una volta uscito, riprendo la mia compagna d’avventure e mi lancio nella discesa che si conclude nella bella frazione di Quindicina. Ho pure il tempo d’incrociare un cane da pastore che mi tiene “in ostaggio” per un buon quarto d’ora, incurante del fatto che l’ora sia davvero tarda e che io non voglio far male né a lui né al suo gregge. D’altra parte è il suo lavoro, sono io fuori contesto in questo momento. Riprendo così a scendere rapidamente, la strada cementata è davvero ripida e in breve arrivo alle prime case. Da qui scorro attraverso il piccolissimo abitato, pedalo leggero e filo senza fretta lungo i chilometri che mi riportano a Sottochiesa, chiudendo così un anello che resterà negli occhi e nel cuore per moltissimo tempo.

Successivamente mi chiedo cosa pensino del sottoscritto i conducenti delle poche auto che incontro lungo la provinciale, attraverso gli orridi, ma ci rido sopra fra me e me in silenzio. La vita è davvero breve, e anche questa volta ho provato a godere del tempo che ho a disposizione nel modo che più mi è congeniale.

Credo di esserci riuscito bene.

Alla prossima!

Andrea

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