Resegone e Culmine di San Pietro

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Estate. La sveglia è in attesa di suonare, ma io sono già sveglio.

Sono le 4 del mattino e l’alba non è ancora giunta, ma so che alzandomi a quest’ora potrò sfruttare le ore più fresche della giornata, senza pedalare sotto il sole cocente delle ore centrali. Mi alzo, infilo la divisa e faccio colazione in modo rapido ma efficace mentre tutto il resto è già pronto dalla sera precedente, ben disposto in fila sul tavolo della cucina: paninetti, una barretta, borracce e via, si può scendere a recuperare la bici.

Infilo i guanti, gli scarpini, il casco, mentre gli occhiali li fisso sul retro di quest’ultimo perché la luce è ancora debole. Sono quasi le 5 e la giornata inizia, dentro la mia mente, nel momento in cui il “clack” dei pedali mi accoglie leggero, scendendo in strada.

Oggi faccio distanza e salita insieme, quindi non ho assolutamente fretta di raggiungere la prima ascesa, mi godo in agilità il vento in faccia e le strade che ancora sono sgombre dal traffico. Eccole qui, nella mente inizio a ragionarle una per una: valle Imagna fino a Berbenno, valle Brembilla per un breve pezzo, val Taleggio e poi su, fino alla Culmine di San Pietro (con discesa in Valsassina).

Resegone dai Tre Faggi

Amo la Culmine. La amo da entrambi i versanti, quello di casa e quello lecchese. Ci sono settimane in cui salgo anche due o tre volte, concedendomi il lusso d’un thè caldo o un caffè al rifugio omonimo per un rapido saluto ai gestori e due chiacchiere sul meteo, sulla stagione turistica, sul lavoro.

Quando imbocco il bivio di Vedeseta e supero il suo centro abitato, quando la strada inizia a salire inequivocabilmente, è solo in quel momento che inizio davvero a pedalare con le gambe, con il cuore, coi polmoni: prima mi sono abbandonato come sempre ai pensieri effimeri, alle divagazioni, un misto tra quel che sto facendo e quel che è stato, spesso in ripetizione continua; quando salgo verso Avolasio inizio ad alzarmi dalla sella, la mente si svuota e le idee migliori si dipanano in un crescendo di fatica e sudore. Passato questo “muro”, la visuale si apre su uno spettacolo mozzafiato: è la val Bordesigli, dall’omonimo torrente che poi s’immetterà nell’Enna; terra di confine fra Lecco e Bergamo, è una zona poco nota, un’autentica oasi di pace.

Profilo del Resegone in notturna

Mi porto dunque all’attacco dell’ultimo tratto di salita che, in qualche chilometro e sempre dentro al
bosco di faggi mi conduce al valico. Una volta in cima, come dicevo, breve sosta e poi via, nel toboga
verso Moggio e la val Sassina. Da lì poi andrò a Lecco e deciderò che rotta prendere per rientrare verso
casa.

Per me dunque il Resegone rappresenta un po’ un amico fedele, un punto di riferimento per quella che considero la salita più bella di casa. Ma il Resegone, con la sua linea inconfondibile, mi ricorda ogni volta quanto possa pesare il rimpianto.

Anni fa conobbi un ragazzo, una persona talmente solare ed energica che molti ne furono intimoriti: si
rifiutarono di pensare a lui come una persona spontanea, credendo che tutta la sua positività fosse una
gran recita e che la sua forza fosse una subdola ostentazione di vanagloria; M. in realtà era una persona
che sprizzava energia da tutti i pori, sempre pronto a fare una qualche follia e determinato nel lanciarsi in strampalate avventure improvvisate, senza necessità di programmare alcunché. Un giorno d’estate si
presentò da me e senza tanti giri di parole mi disse:”da dove provengo la gente che va in montagna è tanta e siamo tutti un po’ folli, perché soldi ne abbiamo pochi e tutto quel che possiamo concederci è di
lanciarci a capofitto nella natura; lì possiamo fare tutto ciò che i soldi non possono comprare, lì siamo alla pari con tutti quelli che in città ci guardano come persone fallate, dunque voglio chiedere a te e a te soltanto di andare in montagna, perché tu sei come me: sei matto uguale!”, lanciandosi in una delle sue risate dirompenti e mollandomi una manata sulla schiena capace di abbattere un toro.

Quel giorno risposi che sarebbe stato un piacere andarcene in vetta insieme, perché salivo spesso in montagna e per una volta potevo pure rinunciare alla mia solitudine. Ci accordammo per definire a breve il giorno e l’ora, ci salutammo e tutto si concluse con una stretta di mano.

Nei giorni successivi non ci sentimmo, nelle settimane a venire gli impegni lavorativi ci portarono a rimandare. Forse non se ne fece nulla perché entrambi eravamo contagiati dalla frenesia tipica della terra in cui viviamo, forse il fatto di aver trovato un nuovo lavoro portò lui a temere una qualche ripercussione nel caso in cui avesse chiesto un giorno di permesso, forse i giorni liberi preferivamo passarli facendo altro e la montagna che ci attendeva sarebbe sempre restata lì, ad attendere tempi più favorevoli. Forse fu semplicemente un brutto tiro del destino.

Resta il fatto che qualche tempo dopo il ragazzo dal fisico imponente e dal sorriso buono venne a mancare improvvisamente, con la stessa rapidità con la quale arrivò nella nostra cerchia di conoscenze comuni pochi anni prima.

Da allora il Resegone non l’ho più salito, perché ancora non ho trovato il giorno adatto per rendere l’ultimo saluto a quel gigante gentile venuto dall’Est.

Il Resegone, che quando mi guarda mentre scalo sui pedali le salite che conducono alla Culmine di San Pietro mi ricorda sempre di avere un appuntamento con lui.

Un appuntamento che questa volta vorrei non rimandare, perché i rimpianti son sempre un brutto affare e tutti quanti ne accumuliamo sin troppi di questi tempi, presi dalla smania di eccellere e di primeggiare in questa che è l’unica vita concessaci. Non rimandate oltre quell’uscita in montagna che tenete nel cassetto della vostra mente, non rinunciate alle fughe improvvise, non abbandonatevi al solo ritmo del lavoro.

Osate un pizzico di più.

Andrea.

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